Università degli Studi di Perugia
giovedì 24 giugno 2021
Oggi alle 18. Ri-pensare la formazione. Sulla strada di Pippo Morelli.
lunedì 21 giugno 2021
LA QUERCIA TAGLIATA e la RADICE e la CURA di una STRADA. MEMORIA DI PIPPO MORELLI (21 giugno 2013 - 21 giugno 2021) e della FORMAZIONE CHE LIBERA ed EDUCA INSIEME.
"Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo."
Questa frase apre la citazione di Paolo Freire (La Pedagogia degli oppressi") nel capitolo dedicato alla formazione e alla ricerca in "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli".
Ieri, proprio mentre riflettevo su cosa scrivere per ricordare oggi Pippo Morelli, nell'anniversario della sua scomparsa e in preparazione dell'incontro "Ri-pensare la formazione" di giovedì 24, avevo negli occhi un'immagine ricorrente.
Una quercia.
No,
non le Querce di Montesole, spesso evocate, una quercia del Mugello, di qua
dell'Appennino.
La
fotografia, potentissima, è quella riportata dal giornalista pistoiese Mauro Banchini
di ritorno da Barbiana, dove era
stato con la giovanissima nipote.
Manco dal Monte Giovi da un po' (spero di tornarci presto), ma ricordo bene come, le ultime volte, il mio sguardo si sia sempre posato sulla grande quercia sofferente sotto la quale un tempo faceva scuola, soprattutto d'estate, Don Lorenzo Milani insieme ai suoi ragazzi (e ragazze).
Ieri ho visto l'immagine dolorosissima, ma attesa, della grande quercia tagliata. Le radici erano state seccate da una dissennata costruzione in cemento fatta costruire dalla Curia di Firenze in occasione dell'importante visita di Papa Francesco di quattro anni fa.
Ci sono voluti, appunto, quattro anni, ma questo segno di "dominio" e superficialità (si temeva che il bagno semplice della canonica non fosse "all'altezza" del Papa per un suo eventuale utilizzo) di cui il pontefice non è assolutamente responsabile, ha sradicato, ucciso il bellissimo albero secolare di Barbiana, presente in tantissime foto del priore e della sua scuola.
Oggi, trovandomi proprio presso il Centro Studi di Fiesole, dove Pippo Morelli ha iniziato e dove, come direttore, ha concluso la sua esperienza di dirigente sindacale, non posso non accogliere questa immagine come un monito, importantissimo.
Scriveva,
qualche anno fa Giorgio Tonini, recensendo il libro: "Quel filo teso tra
Fiesole e Barbiana":
"L'azione
sociale e politica non è solo arte e tecnica della conquista e della conservazione
del potere, ma è anche e soprattutto emancipazione, autoemancipazione
collettiva. E' in definitiva questo il filo teso che collega Fiesole e
Barbiana. Perchè, fin dalle origini, il Centro Studi Cisl di Fiesole non è
stato altro che il manifesto e il laboratorio insieme, nel quale si è
annunciata e costruita una nuova classe dirigente, non più selezionata per
nascita e per censo, ma espressione di un grande movimento di liberazione
umana, che ha fatto del lavoro".
Ma per curare le radici nel corso degli anni e continuare a dispiegare le ali occorre ripensarsi, rinnovarsi continuamente.
Ricordava
Morelli su Conquiste del Lavoro alla
vigilia del convegno nazionale Cisl sulla formazione nel novembre del 1985,
proprio da direttore del Centro Studi Cisl di Firenze:
"Siamo
nel pieno di una fase storica di trasformazione che pone anche al sindacato,
alla Cisl in particolare, profonde esigenze di cambiamento. La rivoluzione
tecnologica, che è anche rivoluzione organizzativa, ha cambiato e sta cambiando
il lavoro, la composizione della classe lavoratrice, la cultura ed i
comportamenti dei lavoratori. Quando e come cambia il sindacato?"
Continuava Morelli:
"Non solo più formazione, quindi, ma
anche mirata, rispondente cioè ai bisogni delle categorie e delle realtà
territoriali e basata su capacità di analisi (cosa serve e per cosa), di
programmazione (chi formare e per quale strategia), di progettazione (come
educare, con quale metodo, strumenti e docenti) e di verifica (quali effetti a
distanza sull'organizzazione).
Ci sono due domande, tra le tante che pone
Morelli nel suo prezioso articolo che risuonano nel presente e nella ripresa
della formazione dopo il buio della pandemia:
"in quanto momento educativo, come si possono "tirar fuori" le abilità inespresse, le conoscenze esistenti, le potenzialità inutilizzate per organizzarle sistematicamente ai fini di un uso migliore delle risorse, che, per noi, sono soprattutto le persone?"
E ancora:
"se l'esperienza sindacale è stata anche un fatto culturale (nei dibattiti come nelle lotte) come usare gli strumenti esistenti (le riviste, i centri di ricerca) e l'esperienza dei dirigenti perchè il sindacato - la Cisl - sia realmente una "comunità educante"?
Ha ricordato Giuliana Ledovi come: "ciò che ci ha sempre colpito, nel profilo di Morelli formatore e anche negli incontri diretti, personali, era il suo arrivare dritto dentro le persone, alla responsabilità che ognuno assume e agisce nei confronti di se stesso. Non formazione sindacale, ma formazione di sindacalisti. Sembra una formula. E, invece, è stata sostanza."
Scriveva,
severamente, Guido Romagnoli, nel
1989, su Prospettiva Sindacale, alla vigilia del congresso confederale della
Cisl:
"Oggi, nel sindacato, occuparsi di formazione, ricerca, di rapporti con settori marginali del mercato del lavoro, significa aver possibilità di carriera solo se ci si dimostra omologhi al gruppo dirigente (...) Il panorama che ne consegue è quello di un sindacato poco aperto all'ascolto delle domande dei rappresentati, se non quando questi minacciano di andarsene. Dove i sindacalisti devono dialogare in primo luogo tra di loro, perchè questa è la condizione della loro permanenza e la strada centrale della loro carriera nell'organizzazione (...)".
Sullo
stesso numero della rivista della Cisl Pippo Morelli scriveva un articolo
bellissimo, intitolato: "Una formazione per il cambiamento".
Un estratto: "Occorre allora fondare una nuova strategia su una "cultura della trasformazione" che non sia intesa come un prodotto prefabbricato da un gruppo di intellettuali, bensì come capacità di tutta l'organizzazione di conoscere, analizzare, comprendere e controllare i mutamenti in atto e di prospettiva, sia nelle fabbriche come nei servizi, nei pubblici uffici come nei territori, nelle strutture istituzionali come nelle organizzazioni sociali. I problemi che deve affrontare oggi il sindacato richiedono una gamma ben più ampia di capacità e di strumenti di conoscenza, di proposta, di rapporti o confronti, di organizzazione".
Non ancora sessantenne Morelli continuava:
"L'attuale fase di mutamento chiede idee
nuove ed energie giovani. Ad un'età come quella della nostra generazione, c'è
ancora capacità di elaborare, criticare, ricercare, ma siamo molto condizionati
da un'esperienza che rende difficile non tanto capire il nuovo, quanto guidarlo
e governarlo. Possiamo e dobbiamo, invece, "dar voce e speranza"
(...). "Dare speranza a tanti giovani che hanno tutt'oggi desideri e
motivazioni di impegno volontario, a tante lavoratrici che oggi si presentano
con più forza e più preparazione per un lavoro anche sociale, a tanti nuovi
soggetti che guardano al sindacato. La speranza di chi - in tempi migliori di
questi - sapeva che per lanciare e sostenere le lotte operaie e sociali
occorrevano idee-forza e sostanziali motivazioni etiche".
Nel
capitolo sul futuro di Sapere, Libertà,
Mondo ho riportato questa riflessione di Giovanni Teneggi, animatore di un progetto nazionale di cooperative
di comunità, concittadino di Morelli, anzi uomo di quelle montagne
dell'Appennino reggiano per le quali, insieme al Brasile, ha dedicato tutte le
sue ultime forze:
"La sovversione non guarda al passato,
ne riprende semplicemente i linguaggi e il filo. Tutti i cooperatori comunitari
guardano a ciò che da lì deve venire. Non cercano rifugi e permanenze, ci
cercano nuovamente partenze e sconfinamenti.
Non lo fanno fa prigionieri, ma da
esploratori. Non fronteggiando il futuro, ma volendolo proprio, con tutto ciò
che contiene. Le montagne e i paesi li conoscono per ciò che erano e sono tanto
grati ai loro proprietari da esserne autorizzati a vestirli di nuovo e
scardinarne i confini. Occorre prima esserne abitanti, poi occorre accettare di
esserne i contrabbandieri, per ciò che vi si porta dentro e ciò che si porta
fuori per la loro sopravvivenza, senza le dogane e i bolli che pretende il
Mondo di sopra.
Montagne e luoghi. Abitanti che condividono
e contrabbandieri che portano dentro e fuori merci e persone. Se non siamo del
tutto l'uno e l'altro, c'è poco da discuterne e da fare".
Alla fine i "contrabbandieri buoni", come Pippo Morelli e come Giovanni Teneggi sono: "persone ponte".
Mi
ha confidato Alessandro Alberani:
"Morelli era capace di disvelarti nuove scoperte, nuovi orizzonti. (...)
Se lo ascoltavi, anche passando con lui un'ora scarsa, c'era qualcosa che si
muoveva dentro di te.".
Come ha testimoniato Carmine Marmo:
"Pippo aveva una visione del sindacato e una visione del futuro. Sapeva
che occorreva rinnovarsi continuamente senza rinunciare all'identità di
partenza (...) Sapeva scorgere la "ghianda" per usare un concetto
caro a Hillman, e ci puntava sopra. Accendeva mille fuochi, poi lasciava qualcun
altro di fidato a custodirli. Era un vulcano di progettualità, pur con la sua
aria molto pacifica e con i suoi dolcissimi occhi miopi, circondati da grandi
occhiali"
Ha ricordato sempre Marmo come Morelli, al Centro Studi, e in tante altre occasioni formative, avesse introiettato e condiviso questa idea-forza di Don Lorenzo Milani, ben espressa ne "L'obbedienza non è più una virtù":
“Avere il coraggio di dire ai giovani che
essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la
più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti
agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico
responsabile di tutto.
Sentirsi responsabili "del tutto".
Ma
percepire anche la gioia del cammino e... "ascoltare" il richiamo
della strada.
Credo,
come ho scritto nel libro, che lo scout Pippo Morelli avrebbe apprezzato questa
canzone, riportata anche in un bel testo di Paolo Giuntella.
"L'appel de la route, il richiamo della strada".
"Se il tuo cuore qualche volta è
catturato da grandi sogni,
se tu cerchi le forti virtù che ci
sollevano,
ben lontano dai sentieri battuti
segui la strada senza tregua.
Ohè ragazzo, ragazzo,
tu che cerchi, tu che dubiti,
presta l'orecchio alla mia canzone:
ascolta il richiamo della strada.
Tu che conoscesti i molti segreti di questa
strada, i calvari drizzati al cielo, sotto la grande volta,
tu sarai per l'amore di Dio
ogni giorno in ascolto.
Quando la notte avrà diffuso il silenzio nel
bosco,
tu ti addormenterai senza paura, pieno di
speranza,
e la voce del Signore dentro di te
sarà la tua ricompensa".
E'
proprio il silenzio del bosco, così come il silenzio di Barbiana a curare le
ferite delle querce abbattute per il desiderio di dominio e la paura della
speranza.
E' proprio questa la strada, il filo, il sentiero che da Fiesole ci fa salire ancora a Barbiana, incontrando don Lorenzo e camminando insieme a Pippo.
E' questa, tra Sapere, Libertà, Mondo, la stupenda, irripetibile, ma ispirante: "Strada di Pippo Morelli".
La
ferita, quella quercia perduta non si cancella.
Però,
se riprendiamo il cammino, è parte del sentiero. E della Cura.
Obrigado Pippo!
Francesco Lauria
http://www.lastradadipippomorelli.blogspot.com
Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli, Edizioni Lavoro, 2020.
sabato 19 giugno 2021
Ri-pensare la formazione. Riflessioni a partire dal libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli" 24 giugno ore 18 - Università di Perugia (online)
Link per partecipare all'iniziativa:
domenica 16 maggio 2021
Bruno Trentin e l'eclisse della sinistra. Dai diari (1995-2006), una riflessione a più voci.
Registrazione dell'incontro di presentazione online, promosso dalla Fondazione Bruno Buozzi e dalla rivista Tempi Moderni il 27 gennaio 2021 sul libro: "Bruno Trentin e l'eclissi della sinistra - Dai Diari 1995-2006 (a cura di Andrea Ranieri e Ilaria Romeo, Ed. Castelvecchi, 2020 - leggi la recensione del libro)
Il dibattito, imperniato sul tema del sindacato come soggetto politico nella concezione di Trentin, è stato moderato da Alessandro Mauriello e ha visto gli interventi di:
Ilaria Romeo (curatrice del libro, responsabile archivio nazionale Cgil)
Leonello Tronti (Università Roma Tre)
Francesco Lauria (Centro Studi Cisl)
Giorgio Benvenuto (Fondazione Bruno Buozzi)
Andrea Ranieri (curatore del libro, direttore rivista Luoghi Comuni).
martedì 11 maggio 2021
A trajetória de Pippo Morelli, do sindicalismo católico ao Brasil de Lula
Em 22 de março teria completado 90 anos Giuseppe Morelli, líder da FIM CISL (Federação dos Metalúrgicos) e depois da FLM (Federação Unitária Metalúrgicos) nos anos 1960-70 - quando os metalúrgicos “tomavam de assalto o céu”- católico do dissenso, principal promotor das 150 horas, pelo direito ao estudo dos trabalhadores, militante do PDUPE da Democracia Proletária, amigo e apoiador do jovem Luiz Inácio Lula da Silva, que no Brasil dos militares estava dando vida à Central Única dos Trabalhadores (CUT), um entre os primeiros no sindicato italiano a perceber a centralidade da questão ecológica.
A reportagem é de Luca Kocci, publicada por Il Manifesto, 23-03-2021. A tradução é de Luisa Rabolini.
Ainda teria muito a dizer e fazer se em 1993, justamente ao retornar do Brasil, um derrame não o tivesse obrigado a interromper sua atividade social e política, até sua morte, vinte anos depois, em 2013. A história tão importante quanto pouco conhecida de Morelli é agora reconstruída pela primeira vez por Francesco Lauria, pesquisador do Centro de Estudos da CISL de Florença, em um denso e documentado volume: Sapere Libertà Mondo. La strada di Pippo Morelli (Edizioni Lavoro, p. 500, euro 28).
Morelli nasceu em 1931 em Reggio Emilia. Ele não participou ativamente, devido à sua tenra idade, mas viveu a Resistência, incluindo suas contradições: seu irmão mais velho, Giorgio, um partidário católico das Chamas Verdes, morreu em 1947 numa emboscada de partidários comunistas. Frequentou escoteiros, formou-se em ciências políticas, ingressou no Centro de Estudos do CISL de Florença, fundado por Giulio Pastore e também inspirado por Giuseppe Dossetti, uma forja de valiosos sindicalistas para a qual o próprio Morelli contribui, como organizador de acampamentos escola e encontros de formação. Especialista em negociações coletivas, mudou-se para Milão, para a Federação dos Metalúrgicos (FIM), da qual se tornaria secretário nacional e que contribuiria para renovar profundamente, junto com Luigi Macario e Pierre Carniti, reivindicando autonomia da DC (o sindicato não deve ser a "correia de transmissão" do partido) e da própria CISL nacional; e trabalhando pela unidade sindical na FLM, a Federação dos Metalúrgicos, que por uma década, até o "decreto de San Valentino" de 1984, manterá a FIM, a FIOM e UILM unidas.
Foram os anos de contaminação com o movimento estudantil, da entrada na FIM dos jovens de 1968 (os "cabeludos do sindicato" que Morelli defendia contra os "matusa"), dos “trabalhadores e estudantes unidos na luta”, da conquista do Estatuto dos Trabalhadores e das 150 horas, uma das principais lutas lideradas por Morelli, ao lado de Bruno Trentin e Antonio Lettieri da FIOM. Na década de 1970, o empenho sindical se somava ao compromisso político, civil e eclesial: os Cristãos pelo Socialismo, a batalha pelo divórcio com os "católicos pelo não", a militância no PDUP e no DP.
Em 1981 a primeira viagem ao Brasil, para se encontrar com “um jovem e combativo sindicalista e militante social”: Lula. E, ao longo dos anos oitenta e início dos anos noventa, quando na CISL de Franco Marini e sobretudo de Sergio D'Antoni a esquerda era gradativamente redimensionada, o empenho ecológico e internacional, com o Brasil, até o derrame de 1993.
Morelli foi uma "pessoa-ponte", escreve Lauria: “ponte entre o mundo da cultura e o ativismo sindical, entre a dimensão eclesial e a esquerda radical, uma ponte entre o norte do mundo e aquele Brasil onde, com visão de longo prazo, havia percebido um possível percurso de emancipação geral das classes populares através do sindicato, percebendo também as possíveis contradições”.
sabato 1 maggio 2021
Primo Maggio: gli uomini sanno, gli dei conoscono, i sapienti avvertono (Emidio Pichelan)
Quel Primo Maggio, seppur privo di cortei, bandiere, fischietti, canti e concertone, rimarrà il più strano e straordinario. Unico e irrepetibile. Nel trasferimento da La Guajira, la penisola desolata, resa ancor più deserto dalla luce (E. Dickinson), e da Riohacha, il capoluogo del Dipartimento, “la città di sabbia e di sole “ dov’erano nati i genitori di Gabo, il viaggio prevedeva una tappa ad Aracataca, nella (ricostruita) casa natale dello scrittore colombiano Nobel per la Letteratura.
Il Primo Maggio del 2019, sotto un gigantesco ficus dalle radici tentacolari, anche minacciose nello sgusciare negli anfratti come rettili preistorici, mi è capitato di ripassare i nomi dei sindacalisti che, per la loro militanza, avevano perso la vita: in Colombia, ovviamente, ma anche in Brasile, in Centro America, in Messico, nella lontana Timor. E mi potevo immergere, per l’ennesima volta, nella straordinaria scoperta infantile del protagonista di Cien añs de soledad: el hielo, il ghiaccio.
Lì, sotto quel
ficus, tra le citazioni di Gabriel García Márquez sui muri infuocati di bianco
dal Tropico in esplosione, era chiaro perché la scoperta del ghiaccio potesse
sembrare meravigliosa. Come nei torrenti e nelle baie del Parque Nacional de
Tayrona si poteva capire perché i grandi sassi levigati diventassero uova
preistoriche.
Nel movimento
operaio, rivoluzione e riformismo hanno abitato a lungo, in una dialettica
perenne tra fascino e fattibilità, costi e benefici, pars destruens e pars
costruens, mentre i miti e i riti del sindacalismo moderno – il sole
dell’avvenire, anzitutto, metafora onnicomprensiva di riconoscimento
dell’organizzazione sindacale, di una giornata lavorativa di 8 ore, del diritto
allo sciopero e all’emancipazione dalla schiavitù di un lavoro inzuppato di lacrime
e di sangue e di sudore – hanno proceduto a fatica. Lentamente. Una storia
impregnata di sangue e di eroismi noti – alcuni -, ignoti – i più -; gli uni e
gli altri meriterebbero una più attenta cura da parte degli storici e degli
stessi sindacalisti.
La storia non fa salti, e gli uomini – li chiameremo “sapienti” – non sempre riescono a “stare sul pezzo”, leggendo correttamente i tempi. Come illustrato dal racconto di Northrop Frye, critico letterario canadese. Un giorno un suo amico medico decideva di concedersi un’esplorazione nella tundra artica. Veniva sorpreso da una tempesta di neve. “
Ci siamo persi”, esclamava con voce strozzata dall’ansia, rivolto alla guida Inuit che lo accompagnava in quell’impresa dagli imprevisti incorporati. “No, amico”, replicava pronto l’Inuit; “no, amico, non ci siamo persi. Siamo qui”. Nel luogo e nel tempo in cui dobbiamo essere ed operare.
Su fratelli, su
compagni,
su, venite in
fitta schiera:
splende il sol dell’avvenire.
Nelle pene e
nell’insulto
ci stringemmo in
mutuo patto,
la gran causa del
riscatto
niun di noi vorrà tradir.
(…)
O vivremo del
lavoro
o pugnando si
morrà.
(“Inno dei
Lavoratori”, parole di Filippo Turati, musica di Amintore Galli).
Il 27 marzo del 1886, qualcosa come 135 anni fa, nel salone del Consolato operaio a Milano la Corale Donizetti eseguiva la prima dell’Inno dei Lavoratori, testo del giovane (29 anni) ma già affermato esponente del riformismo socialista Filippo Turati (il partito socialista non era ancora stato costituito) e musica del musico-pubblicista Amintore Galli. Si erano consumati poco meno di quarant’anni da quando Marx e F. Engels avevano osato pronunciare il nome dello spettro che s’aggirava per l’Europa, spaventando re, monarchi, sovrani, Papi e borghesi (“Il Manifesto” è del 1848).
L’Inno assemblava tutte (o quasi) le parole dei diseredati: sfruttamento e riscatto, oppressione e unione, servitù e pugna, sudore e giogo, i poveri sono servi, condannati a una lotta senza sosta contro i negrieri e i tiranni.
Un inno pedagogico, in sintonia con i tempi: nello stesso anno De
Amicis, candidandosi a pedagogo dell’Italia di Depretis e della Sinistra al
governo, pubblicava Cuore, e la
Statua della Libertà, regalo dei francesi agli amici americani, prendeva il suo
posto alla foce dell’Hudson, al centro della baia di Manhattan. Ad Haymarket
Square, Chicago, si consumava l’ennesima, sanguinosa repressione di uno
sciopero generale, convocato a sostegno della giornata a otto ore.
Che “sulla libera
bandiera” splendesse “il sol dell’avvenire” ci credevano in tanti; per questo
donne e uomini si aggregavano e si organizzavano, sfidavano divieti e
repressioni, tenendo alla dovuta distanza l’anarchia violenta e rivoluzionaria.
Ma quanta fatica, quanta pazienza, quanti morti.
Vent’anni prima dell’Inno e del libro Cuore, sempre a Chicago, il Parlamento dell’Illinois aveva adottato una legge sulle otto ore giornaliere; l’iniziativa aveva camminato, ma troppo pigramente: e così proprio in quel 1886, l’anno dell’Inno dei Lavoratori, l’American Federation of Organized Traders and Labor Unions ne chiedeva l’estensione a tutti gli Stati della Federazione, pena la proclamazione di uno sciopero generale. E sciopero fu a Chicago, con scontri tra manifestanti e polizia, e il “fattaccio brutto” di Haymarket Square, rimasto sostanzialmente insoluto, come soleva accadere a fronte di conflitti sociali, trattati dalle autorità come “attentati all’ordine pubblico”.
Un film visto e rivisto fino alla indigeribilità:
proclamazione dello sciopero, divieto delle autorità, scoppio di un ordigno e
morte di vittime innocenti, repressione politica e giudiziaria, processi dalla
dubbia imparzialità e claudicante ricerca della verità e dei colpevoli,
condanne alla pena capitale.
Il resto della
storia del Primo Maggio è nota: la Seconda Internazionale, sorta per iniziativa
dei socialisti e dei laboristi, convocata a Parigi per la prima volta nel 1889
– l’anno dell’Expo universale e della Torre Eiffel - adotta la data dei fatti
di Haymarket Square, il Primo Maggio appunto, come Festa dei Lavoratori. E due
anni dopo veniva adottata anche in Italia, salutata dalla rivista La
Rivendicazione”, stampata a Forlì, con le seguenti parole: “Il Primo Maggio è
come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti
i lavoratori del mondo, è parola di ordine che si scambia fra quanti si
interessano al proprio miglioramento”. Un’enfasi retorica del tutto
accettabile.
Risulta tutt’altro che alieno agli stop and go delle umane vicende il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1868-1907), tanto peggio per chi non ha pazienza, incapace di scommettere sulla speranza del futuro. Il grande quadro, inusuale per dimensioni e per l’affollamento delle masse, terminato nel 1901, veniva esposto nella Quadriennale di Torino. Il soggetto esplicitava un messaggio diretto: spente le cannonate di Bava Beccaris sui dimostranti milanesi e accantonate le velleità autoritarie di De Rudiní (e del Re Umberto I, ucciso a revolverate dall’anarchico Bresci a Monza), l’era giolittiana alludeva a un riscatto risarcitorio, a lungo atteso.
Quadro e
messaggio passavano, invece, inosservati. Nel 1907, alla sua morte (suicidio)
men che quarantenne in seguito alla morte improvvisa della moglie, gli eredi
trovavano il quadro tra i suoi ben; rientrava in una collezione pubblica solo
quando, nel 1920, il Comune di Milano, guidato da Emilio Caldara, carismatico
primo sindaco socialista della metropoli, ne decideva l’acquisto. Con pubblica
sottoscrizione, cause le casse comunali esangui.
Due annotazioni ancora a completamento del breve schizzo storico: il fascismo, arrivato al potere appena due anni dopo l’acquisto da parte del Comune di Milano del Quarto Stato, pensò bene di anticipare il Primo Maggio al 21 aprile, giorno della Fondazione di Roma. Un modo inelegante per cancellare anche solo la parola socialismo, con quello che ne seguiva e segue. Il Quarto Stato, inteso come icona e sole dell’avvenire, diventerà il simbolo dei diseredati in marcia, uniti, per i diritti e la libertà, nel 1976: quando il regista Bernardo Bertolucci lo sceglie come locandina del film Il Novecento.
Non c’erano meriti particolari, negli anni Settanta del secolo scorso, nel militare in un partito e/o in un sindacato. Meglio ancora se in tutte e due. La neutralità, una bestemmia impronunciabile, e il guardare altrove, un peccato di omissione imperdonabile. Non ha avuto l’attenzione che merita, quel decennio, per quanto accaduto, tanto incisivo quanto – e forse più - del tanto lodato e/o detestato ’68. Un decennio sacrificato sull’altare di Tangentopoli.
Le ideologie contavano, e non erano
tutto e solo farina del diavolo. “Eravamo soli e senza senso”, per dirla con le
parole di Antoine Roquetin di “La nausea” di J. P. Sartre nella recente lettura
di M. Recalcati (“A libro aperto. Una vita è i suoi libri”, Feltrinelli, 2020).
Dunque, partiti e sindacati rientravano nel pacchetto delle “scelte obbligatorie”: era allora chiaro, e lo sarà sino a Tangentopoli, alla caduta del Muro, alla globalizzazione, allo sfarinamento – più propriamente, al “rifiuto disgustato” delle ideologie -, che la nuova Repubblica si fondava su alcuni punti, fermi e condivisi, della giovanissima Carta Costituzionale: la centralità della persona umana (artt. 2 e 3), i valori della democrazia e della libertà e dell’Europa.
E
– un punto sul quale la pubblica opinione, i partiti e gli stessi sindacati non
si sono soffermati sufficientemente – sulla negazione che il popolo abbia
sempre ragione. Mussolini, prima, e Hitler, poi, si erano arrampicati sul
potere con il voto popolare – e con il consenso (o il non rifiuto) del fior
fiore dell’intellighenzia. L’affermazione, temo, è troppo brusca: si dica,
allora, che il popolo ha ragione in quanto agganciato allo spirito e ai
principi della Costituzione, come scandito dal secondo comma dell’articolo 1
della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La sovranità
appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione”.
In questa valle di lacrime, il singolo (la persona) e la comunità (non c’è persona senza comunità) si muovono, esplorano, cercano, vivono e crescono e soddisfano le proprie passioni.
Nell’affascinante “Le vie dei canti” (1987) il grande Bruce Chatwin
sostiene che fin dalle origini l’uomo ha sentito l’impulso di spostarsi,
migrare. Il prototipo umano virtuoso è il nomade che, a differenza del
sedentario, sfugge alla tentazione di voler cambiare il mondo, la sua casa è
ovunque si trovi, per scelte e/o necessità e/o caso; e lo è grazie ai
“guardiani” e ai “punti di riferimento della comunità”. La Bibbia racconta di
un Dio creatore che predilige i doni del nomade (pastore) Abele.
Per Costantino
Kavafis, un greco nato in Egitto, una vita spesa studiando la grande cultura
antica greco-romana-bizantina, il compito di “guardiano” e di “punto di
riferimento” spetta al sapiente.
“Gli uomini sanno le cose presenti,
gli dei conoscono
quelle future,
assoluti padroni
d’ogni luce.
Ma del futuro,
avvertono i sapienti
ciò che s’appressa. Tra le gravi cure
degli studi,
l’udito ecco si turba
d’un tratto. A
loro giungono le oscure
voci dei fatti che
il domani adduce.
Le ascoltano
devoti. Fuori, per via, la turba
non sente nulla,
con le orecchie dure”.
(“C. Kavafis, “I
sapienti ciò che s’avvicina”)
Gli dei lassù, da
qualche parte, che conoscono il futuro, i comuni mortali che non possono che
accontentarsi del presente, opaco e senz’anima. E poi ci sono loro, i sapienti,
capaci di “parlare ai presenti con esempi del passato” (B. Gracián, gesuita
spagnolo del XVII secolo): perché studiano e sono in grado di interpretare il
passato e, dunque, di capire la direzione di marcia da intraprendere:
“avvertono ciò che s’appressa”. Per tutto ciò, ai sapienti spetta il compito di
guidare (“la turba non sente nulla”) la comunità in questa valle di lacrime.
Un profilo troppe impegnativo per una realtà, quella politica, pesantemente mondana, distante dai voli pindarici della letteratura e della poesia? Affatto, ove si ripassi la storia del sindacalismo confederale e, in particolare, del “sindacato nuovo” ideato e voluto dall’humus culturale dal quale sono sbocciati gli articoli 2 e 3 della Costituzione.
La festa del Primo Maggio è una buona occasione per
ri-leggere qualche passo di “Pensiero, Azione, Autonomia. Saggi e testimonianze
per Pierre Carniti” (Edizioni Lavoro Roma, 2017), “Sapere, Libertà. Mondo. La
strada di Pippo Morelli” (Edizioni Lavoro Roma, 2020). E, perché no?, il
racconto elegante di Federico Bozzini in “Cipolle e libertà. Ricordi e pensieri
di Gelmino Ottaviani, operaio metalmeccanico”. Ovviamente, senza perdersi il
monologo recitato magistralmente da Marco Paolini.
I partiti come i sindacati sono costruzioni umane, guidate e amministrate da uomini più o meno sapienti, più o meno colti e amanti dello studio e attrezzati per leggere i segni dei tempi.
La scelta e la preparazione del “sapiente” in grado di “avvertire
ciò che s’appressa” costituivano la prima delle preoccupazione di un sindacato
che teorizzava l’autonomia dai partiti e dal governo (art. 2 dello Statuto
della Cisl), non certo dalla politica, il superamento di ogni ancillarità nella
interpretazione della politica intesa come servizio alla comunità –
ovviamente, a iniziare dai diseredati –
e di cittadini-protagonisti della vita politica, superando i limiti vistosi e
paralizzanti del corporativismo.
E’ un fatto che il sindacalismo confederale, nella lotta per la conquista dei fondamentali diritti sociali – riconoscimento dell’organizzazione sindacale, diritto di sciopero, emancipazione dallo sfruttamento (in primis, con la conquista della parola, don Milani docet), partecipazione agli utili frutto del lavoro umano, centralità della persona (il lavoratore) e del lavoro nella vita di una comunità (locale e nazionale), scelta europea come dimensione culturale e valoriale irrinunciabile – ha saputo “incanalare” (costituzionalizzare, democratizzare) i sommovimenti sociali del biennio ’68-69, difendere le istituzioni e, contemporaneamente, promuovere/assecondare le grandi riforme degli anni Settanta lanciando l’alfabetizzazione per la riqualificazione culturale ed economica del lavoro operaio meno qualificato (le 150 ore).
Molto
è cambiato da allora da noi, nelle democrazie avanzate e nel vasto mondo, ma i
sindacati non cessano di “qualificare” i sistemi politici e di definirne la qualità
democratica.
Questo era ieri e l’altro ieri, agli albori della Repubblica costituzionale quando la riconquista della libertà e l’insediamento di una sana e robusta democrazia si accompagnarono all’affermazione di diritti sociali a lungo perseguiti come obiettivo primario.
E’ giunto il momento di smettere di considerarci un Paese anomalo; uno sguardo anche superficiale alle realtà a noi vicine e lontane conferma come la c.d. “normalità” non escluda – ovunque - contraddizioni, anomalie, anomie. I tentativi di costruire una società né di destra né di sinistra, e una democrazia diretta (digitale) e senza corpi intermedi (e senza la rispettiva intermediazione) non hanno portato – finora – da nessuna parte (per quanto se ne sa, non possono portare da nessuna parte).
Nel mondo umano noto a chi la
storia l’ha coltivata e studiata, i soggetti politici e gli attori sociali non
possono che “stare qui, sul pezzo, sui
fatti e sulle linee di tendenze”, come nel raccontino di Northrop Frye. Si
creda o meno nel peccato originale, le ingiustizie hanno popolato, abitano e
caratterizzeranno il pianeta umano. E, dunque, ci sarà sempre bisogno del
“sapiente” di Kavafis: colui che studia, legge i tempi, suggerisce alla “turba
[che] non sente nulla” come affrontare il domani. I “sapienti” come le vestali
del mondo moderno.
Al “sindacato
nuovo” e al sindacalismo confederale si spalancano praterie di potenzialità.
“Gli uomini sanno le cose presenti. / Gli dei conoscono quelle future (…) / Ma
del futuro, avvertono i sapienti / ciò che s’appressa”: un mondo nuovo per un
lavoro nuovo, e un sindacato nuovo.
Non è mai mancato il lavoro per il sindacalista, i tempi sono sempre “complessi”, per usare l’aggettivo di chiusura dei comizi e degli interventi di Pierre Carniti. E’ lapalissiano: nei tempi eccezionali il lavoro del sindacalista sapiente diventa eccezionale.
Emidio Pichelan
mercoledì 28 aprile 2021
Da Reggio Emilia a Venezia: un "Esodo" in cammino sulle tracce di Pippo Morelli...
Una bellissima conversazione a più voci, promossa da amici e amiche veneziani e veneti nel ricordo, ma anche nella curiosità di riscostruire, attraverso il libro Sapere, Libertà, Mondo, le tappe del cammino di Pippo Morelli.
Una strada che parla ancora all'oggi e al futuro del lavoro e della rappresentanza.
PIPPO MORELLI, INTERPRETE DEL FUTURO DEL LAVORO. GUARDA LA REGISTRAZIONE DEGLI INTERVENTI SU YOUTUBE
Sul canale YouTube del Centro Studi Ricerca e Formazione Cisl è disponibile la registrazione dell'incontro di presentazione del libro...
-
"Si potrebbe pensare che le stelle entrino nell'anima". Cattolici e sinistra nella politica, nella società, nel sindacato. Pre...
-
PIPPO MORELLI, INTERPRETE DEL FUTURO DEL LAVORO. GUARDA LA REGISTRAZIONE DEGLI INTERVENTI SU YOUTUBESul canale YouTube del Centro Studi Ricerca e Formazione Cisl è disponibile la registrazione dell'incontro di presentazione del libro...
-
L'intensa relazione dell'on. Pierluigi Castagnetti a Casa Cervi in occasione del laboratorio Memoria di futuro del sindacato, organ...







